lunedì 19 febbraio 2018

Alberto Manzoli

PASSO DELLE GUADINE

È qui dove succedono le cose,
nuvole a soma scaricano il dorso,
poi più leggere per la pioggia nuova
riprendono il cammino per la valle.
Così io rendo quello che mi è dato:
erbe abbondanti ai branchi di passaggio,
acqua pulita e facile discesa.
Questa è la meraviglia della terra,
questi i regali che mi fanno ricco,
la brocca non si svuota nel passaggio
per mille bocche ed una stessa sete.
Nell’equilibrio dei cammini opposti
si fa la mia bellezza e la fortuna;
io sono ciò che dono, e questo è tutto.


(inedita)

venerdì 16 febbraio 2018

Corrado Govoni

GOVONILAMPI

*

una rondine ha fatto
il nido nel tuo reggipetto

*

Alla luce dei fulmini incursori
la casa fu castello di fantasmi,
era mortale entrarvi,
chiamata dall’amore.

Restasti scalza, senza volontà
            sulla soglia allagata,
sopra la rossa soglia flagellata

            così assente e smarrita

            con la sola camicia della luna

*

da una finestra altissima
una ragazza nuda piena
illumina la via deserta



da Govonilampi, a cura di Pietro Cimatti, Edizioni della cometa, 1981

mercoledì 14 febbraio 2018

Camillo Fonte

LA MEMORIA, 3.

Poco a te la memoria si concede.
Quando i giorni piovosi
filano noia ed ansia, tu ritorni.

Felice eri, devota a un tuo sogno d’amore.

Primizia della vita
da me forse aspettavi
– e mi speravi, e io
quasi non ti sapevo fatta donna.

Io, cornacchia di mare, al mare attento
e ai suoi segni il tuo non riconobbi.

da L'isola (inedita)

lunedì 12 febbraio 2018

SEGUENDO UN VERSO, 3

I nostri lettori ricorderanno che nel 2014 abbiamo seguito l’ultimo verso del perfetto e celebre sonetto del poeta barocco Luis de Góngora (1561-1627): Mientras por competir con tu cabello: un verso che porta all’estremo il vecchio tema del Carpe diem. Il 12, 14, 16 maggio avevamo letto il sonetto in originale, nella traduzione di Leone Traverso e in quella più celebre di Giuseppe Ungaretti; poi, le versioni di due traduttori più recenti, Loris Pellegrini e Giulia Poggi; infine, avevamo letto un’imitazione e una riscrittura. La prima, del nostro Ciro di Pers (1599-1663), successiva all’originale di alcuni decenni appena. La seconda, della messicana Suor Juana Inés De La Cruz (1651-1695), di un secolo dopo. Infine, il 19 maggio avevamo letto una poesia, La spiaggia, del poeta spagnolo Eloy Sánchez Rosillo, nella quale, a distanza di secoli, quel verso di Góngora subisce una trasformazione.  
Il 17 e il 20 ottobre 2014 eravamo poi tornati sul sonetto di Góngora, per proporne altre due versioni di Ungaretti: la prima del 1932, che dunque precedeva di sedici anni quella pubblicata il 12 maggio, e molto diversa; la seconda, appena successiva, del 1948, uguale a quella da noi pubblicata solo nei primi sei versi. Il resto è una revisione completa, col sigillo, appunto, dell’ultimo verso che perde una parola: ombra. «Ritocco decisivo»,  commentava il poeta catalano Pere Gimferrer, «e tributo al proprio modo di dire». E poi, il 20, con due altre versioni dello stesso sonetto: l’una di Gabriele Mucchi, anch’essa del 1948, e l’altra di Cesare Greppi del 1984.

Questa lunga premessa mi sembra necessaria, ora, per introdurre quello che potrebbe essere addirittura il precedente ispiratore di quel celebre verso. Si tratta di un sonetto del poeta francese Mellin de Saint-Gélais (1487-1558): TreizainPar l’ample mer, loin de ports et arènes. Non so – e non ho modo di sapere – se Góngora lo conobbe e ne trasse ispirazione, ma resta il fatto che l’ultimo verso del suo sonetto somiglia molto a questo di Saint-Gélais.
La traduzione delle due terzine che qui di danno è dello scrittore Sergio Ferrero (1926-2008) e si trova in un prezioso libro di traduzioni, Passeggero bendato tra noi sedeva Amore – pubblicato nel novembre 2015 da Sedizioni – nel quale si trovano splendidamente tradotti molti lieder di Heine e varie poesie di diversi altri poeti francesi.


COSÌ LA VITA CHE TANTO CI È CARA

Così la vita che tanto ci è cara,
come sirena insidiosa e incostante,
di sue dolcezze ci avvolge e travolge,
sinché la morte rompe remo e sarte,
e poi di noi non resta che una fiaba,
meno che vento, ombra, fumo, sogno.

Traduzione di Sergio Ferrero



Questo è l’intero sonetto in lingua originale:

Mellin de Saint-Gélais

Treizain

Par l’ample mer, loin des ports et arènes
S’en vont nageant les lascives sirènes
En déployant leurs chevelures blondes,
Et de leurs voix plaisantes et sereines,
Les plus hauts mâts et plus basses carènes
Font arrêter aux plus mobiles ondes,
Et souvent perdre en tempêtes profondes;
Ainsi la vie, à nous si délectable,
Comme sirène affectée et muable,
Et ses douceurs nous enveloppe et plonge,
Tant que la Mort rompe aviron et câble,
Et puis de nous ne reste qu’une fable,
Un moins que vent, ombre, fumée et songe.



venerdì 9 febbraio 2018

Alfred Tennyson

IN MEMORIAM, XVII

Tu vieni, nave, per cui molto ho pianto:
Questa brezza ha gonfiato le tue vele,
E la mia preghiera, mormorio di vento,
Ti ha sospinto su mari solitari.

Perché in spirito ti ho vista avanzare
Lungo i cerchi dell’ultimo orizzonte
Di settimana in settimana: i giorni passano:
Presto, vieni; porti tutto quel che amo.

D’ora innanzi, dovunque tu vada,
Come raggio di luce sarà sulle acque
Giorno e notte la mia benedizione
Come faro che ti scorti fino a casa.

E le tempeste che infuriano sul mare
Possano risparmiarti, sacra nave,
E gocce di balsamo nella notte d’estate
Scorrano dal seno delle stelle.

Tu hai svolto un servizio cortese,
Hai portato una reliquia preziosa,
Le ceneri di lui che vedrò solo quando
Sarà finita la mia corsa solitaria.


Traduzione di Cesare Dapino

da In memoriam, Einaudi 1975

mercoledì 7 febbraio 2018

Raffaela Fazio

IL GUARDAROBA
(per i miei bambini, giugno 2012)

A volte vi vesto
in proporzione allo spazio
del mio guardaroba d’intenti.
Capita che siate pazienti.
Più spesso vi slacciate i cappotti
sfilate i congiuntivi
correte nudi in prospettiva inversa.
Mentre io raccatto
quello che posso
voi siete vivi.

Da La boîte (2013)


lunedì 5 febbraio 2018

Camillo Fonte

IL SINDACO DEL VILLAGGIO

Pianeta di penombre
cui nessuna stagione si concede
né violenta né mite
un orto riarso esplori
dove secche radici non sanno rifiorire:
come il tuo volto
lo bruciò la salsedine. L’età
e la fatica del remo
ti curvarono le spalle.

Così esisti. Né vecchio
né nuovo il tuo dolore
è abbaglio senza scie.
Ti reca un suono d’acqua
da lontane memorie un’intenzione,
qualche incerta presenza che si svela
e si ritrae. Nel cuore
vecchie ferite mai rimarginate.

Nulla ti corrisponde. Solo dura
il vento di libeccio la marea
che batte il promontorio.
Le tue smanie la sera
tutte placa meno una!

Ti conforti sapere che il tempo
è legame ma non attenzione.

da L'isola (inedita)

venerdì 2 febbraio 2018

Giacomo Leopardi

LA VITA SOLITARIA (vv. 70-107)

O cara luna, al cui tranquillo raggio
danzan le lepri nelle selve; e duolsi
alla mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false, e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
delle notti reina. Infesto scende
il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
a deserti edifici, in su l’acciaro
del pallido ladron ch’a teso orecchio
il fragor delle rote e de’ cavalli
da lungi osserva o il calpestio de’ piedi
su la tacita via; poscia improvviso
col suon dell’armi e con la rauca voce
e col funereo ceffo il core agghiaccia
al passegger, cui semivivo e nudo
lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre
per le contrade cittadine il bianco
tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
va radendo le mura e la secreta
ombra seguendo, e resta, e si spaura
delle ardenti lucerne e degli aperti
balconi. Infesto alle malvage menti,
a me sempre benigno il tuo cospetto
sarà per queste piagge, ove non altro
che lieti colli e spaziosi campi
m’apri alla vista. Ed ancor io soleva,
bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso
raggio accusar negli abitati lochi,
quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando
scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch’io ti miri
veleggiar tra le nubi, o che serena
dominatrice dell’etereo campo,
questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
errar pe’ boschi e per le verdi rive,
o seder sovra l’erbe, assai contento
se core e lena a sospirar m’avanza.