venerdì 17 novembre 2017

Paolo Silenziario

GETTIAMO, CARA, LE VESTI

Gettiamo, cara le vesti. Nudo, il mio corpo
si fonderà con il tuo corpo nudo. La stoffa
più lieve, tra noi, sarebbe un muro: nulla
resterà a separarci: le tue labbra sulle mie labbra,
il mio petto sul tuo. Ho detto già troppo. A vestire
la nostra opera venga adesso il silenzio.

Traduzione di Milo De Angelis

Da L’amore, il vino, la morte – Epigrammi dall’Antologia palatina, Es, 2005


mercoledì 15 novembre 2017

Francesco Dalessandro

LA BELLEZZA

                                                               “Beauty is truth, truth beauty,” that is all…
                                                                                              John Keats, Ode su un’urna greca

                                                                                    A noi ti vieta
                   il vero appena è giunto…
                               Giacomo Leopardi, Ad Angelo Mai                               


Terribile sa essere se appena
la ignori, la bellezza

però se la cerchi si nega
se la chiami non risponde
brucia gli occhi ma si cela –

ed ora chi viene 
a cercarti oh terribile bellezza
se inganni la tua stessa
verità?  

(inedita)

lunedì 13 novembre 2017

Juan Ruiz

LO SGUARDO                                            

Che sguardo tuo m’incise
dentro la prima volta? Che parola,
appena pronunciata, il sortilegio
che mi vinse? M’accecano
occhi che non mi stanco di guardare.
Mi ferisce d’amore la tua mano.

(inedita)


venerdì 10 novembre 2017

George Gordon Byron

ANCORA INGANNATO, ANCORA TRADITO

Tengo a freno la mia risolutezza e inizio
a nutrire dubbi sull’ambiguità del demonio
che mente col vero.
                            Macbeth


I

Ancora ingannato, ancora tradito!
Prima giovane, ora cresciuto,
zimbello d’ogni ragazza sorridente
quando anche “col vero mente”.

II

Beh, la lezione cara è costata,
questa presente come la passata,
ciò che amor venti volte ha insegnato
solo infine l’abbiamo imparato.


III

Ingannatrice o a volte ingannata,
la Passione a capriccio s’aggira,
chi crediamo leale ci raggira
o lasciamo colei ch’è innamorata.


IV

Per te sanguina questo mio cuore
e da te scaturisce il dolore;
il tuo amore era amore sincero
lo mostravano le ali, davvero!


V

Quelle sue punte, se fosse restato,
solo in prestito avrei voluto.
Oggi il tuo amore vorrei che restasse
e domani col mio s’involasse.



mercoledì 8 novembre 2017

Kenneth Patchen

COSÌ COM’ERA TUTTA SOLA NEL CHIARORE LUNARE, ritta tra la roccia e il cielo, che sembrava quasi non toccare la terra, i riccioli neri e gli indumenti sciolti agitati dal vento, appariva come uno spirito gigantesco dei tempi più antichi che si preparasse ad ascendere nella poderosa nuvole che sola pendeva da questo povero cielo

così quando mi giacque accanto
la città del sonno la circondò
e fanciulli meravigliati premettero contro le alte finestre
della stanza dove eravamo stati

così quando mi giacque accanto
una voce, ricordo di una antica abitudine:
                “Di che cosa parlano?
                di pianeti e di tortore?
                del boscaiolo e dell’ape?”
ma eravamo troppo orgogliosi per rispondere, troppo
                                stanchi per curarci di disegni
                “di tende e libri e spade e uccelli”

così il cerchio si chiude su se stesso
e tutti gli angeli vagabondi ci spingono dentro

finché io riesco a raggiungerla in quella morbida città
                dove le campane
spaccano le mele sulle loro lingue
e spingono il sonno in basso come l’ombra d’un pesce.

Traduzione di Franco De Poli

Da Lo stato della nazione, Guanda, 1967


lunedì 6 novembre 2017

Juan Ruiz

QUANDO LE DITA

Quando le dita tracciarono la linea
aguzza dei tuoi fianchi, quando,
brune tortore tremanti, le punte
dei seni al tocco delle labbra
si alzarono in volo, quando il fuoco
pallido del tuo ventre si accese
e arse le morte foglie del pudore,
quando l’ansia fu spasimo, grido
muto, quando dal desiderio
generasti il piacere e le labbra
si schiusero per dirlo, quando l’esangue
fiore del tuo corpo finalmente si aprì
fra petali di febbre io ape assetata
mi posi saziandomi lasciandomi morire…

(inedita)

venerdì 3 novembre 2017

Charles Hubert Sisson

TRISTIA, 2

Nessuno parlerà con te, né tu con altri:                    
è la fine d’ogni comunicazione
ovvero della speranza che ti ha portato a questa fine
e che servì a convincerti, illudendoti.
Sulla strada che porta alla morte si va in fila:
sempre stato così. Sebbene ognuno a turno
si circondi con i sogni di altre menti,
i corpi che dovrebbero contenerli non hanno voce.
Nella voce di ogni viaggiatore solitario
risuona un silenzio assordante come quello della gente
ch’egli vede intorno a sé mentre passa.
Perché allora questi versi? Nulla può essere udito.
Ma continuate a parlare, voi giovani,
siate complici lungo il percorso:
la vicinanza può fare ciò che non possono le parole.

Traduzione di FD

Da The C. H. Sisson Reader, Carcanet Press, 2014


mercoledì 1 novembre 2017

IL MADRIGALE

11 - Giambattista Guarini

Con che soavità, labra odorate,
e vi bacio e v’ascolto;
ma se godo un piacer, l’altro m’è tolto.
Come i nostri diletti
s’ancidono fra lor, se dolcemente
vive per ambiduo l’anima mia?
Che soave armonia
foreste, o dolci baci, o cari detti,
se foste unitamente
d’ambedue le dolcezze ambo capaci:
baciando i detti e ragionando i baci.



lunedì 30 ottobre 2017

Juan Ruiz

HO FAME

Ho fame della bocca e della voce,
respiro sorriso occhi capelli.
Sono affamato del suono
fragile dei tuoi passi lungo il giorno.
Ho fame delle mani di grano,
delle dure lame che sono le unghie,
del brivido che danno. Sono
affamato del tuo volto raggiante
d’amore e desiderio quando mi chino
tra i ginocchi e le cosce che i baci
dispongono all’amore. Ho fame
del tuo ventre, del suo frutto,
del miele che la lingua raccoglie
dal fiore aperto delle accese labbra.


(inedita)

venerdì 27 ottobre 2017

Raffaela Fazio

CASSANDRA

Non pieno
torrente
non voce che esonda:
un rivolo di sassi
si è rotto
dentro il ghiaccio
passando dalle tempie.

Cosa ascolti?
Sei un corso senza estuario
senza ebbrezza.
Dove il furore
di chi si dà all’ignoto?
Ti sbrecci
inutilmente

perché non fosti amante
del dio
che ti voleva
nella luce.

A lui rubasti
la notte non la cetra
un freddo di faretra
il sibilo la freccia dello sguardo
parola
che si perde.

Ma il tempo ti converte.
Ora ti arde
una visione tersa
            fatta vera
soltanto dal dolore
e sai
che non puoi farne dono.

Sei sola
al centro del tuo squarcio.

(Il futuro
non vuole scorciatoie
ma una conquista
lenta
dell’uomo che nel buio
dal passato
cammina sulla brace).

E taci

come quando
più bella più forte
rimarrai in silenzio
davanti
alla tua morte.

da Ti slegherai le trecce, CoazinzolaPress, 2017

Il libro si presenta oggi alle ore 18 presso lo Studio Campo Boario, via del Campo Boario 4/a, Roma

mercoledì 25 ottobre 2017

Raffaela Fazio

ALCESTI

Un istante
rivela la vita.
Da quella improvvisa
fessura
fiotta il giorno
a ritroso
nella notte
attinge il suo senso
e l’addensa.

Chi è il tuo sposo?
Il suo riso
negli anni, il portarti
alle labbra il boccale
e la reggia
ospitale…
Era tutto una fuga.
E l’amore un pretesto
per scordare
se stesso.

Anche adesso
non risponde all’appello
non accetta l’estremo
confine
che suggella il suo nome.

Tu capisci.
E di colpo ribelle
offri il dono
chinando la testa:
oltrepassi la soglia
al suo posto.
Che scompaia
il tuo volto, lo specchio
che deflette
perché il buio
rimandi all’amato
il suo vero sembiante.

Sorridi e ti aspetti
che nel lutto
l’uomo solo
rinasca, s’impasti
di vuoto e di forza.
Non più vino, né canti
o battaglie. Basta
il nudo lamento
accanto a due figli
la fatica
della propria paura
il sedersi sul trono
di gemme o di ortiche
che ha apprestato la vita.

Non esiste un’uscita
dall’ombra
che ci forma e ci spetta.

da Ti slegherai le trecce, CoazinzolaPress, 2017 

Il libro verrà presentato venerdì 27 alle ore 18 presso lo Studio Campo Boario, via del Campo Boario 4/a, Roma


lunedì 23 ottobre 2017

Raffaela Fazio

CIRCE

Un lampo negli occhi
come d’oro
ma tra le unghie
la più vorace
notte.
Rapace
nel volteggio
tracciavi circolare
il tempo che si chiude
sulla preda.
Tu stessa prigioniera
dell’incanto
che mantiene fermo
ciò che crea
e annulla nel possesso
chi penetra
nel cerchio più segreto.

Ma niente
nell’amore
è vivo se mansueto.
Niente ti appaga
se è inganno o solo
oblio.

Lo sai
da che l’ospite nuovo
ti si è scagliato contro
da guerriero.
Sulla sua spada
hai visto
che eri nuda
e l’isola
si è infranta. Il talamo
si è aperto
al divenire, alla fiducia.

Il fuoco
sposa l’ombra e l’ombra
non turba
più la luce
la spoglia dal miraggio:
connubio tra gli opposti
come l’erba
dalle radici nere
e il fiore bianco.

Il gusto si conosce
dall’assaggio
ma il mistero
soltanto dal suo interno.

A lui che ti ha svelata
hai dato in dono
la via verso la morte
e poi il ritorno.

da Ti slegherai le trecce, CoazinzolaPress, 2017

Il libro verrà presentato venerdì 27 ottobre alle ore 18 allo Studio Campo Boario, via del Campo Boario 4/a, Roma

venerdì 20 ottobre 2017

Mauro Ferrari

SOFFIONE

Sto
      dove il vento uccide all’improvviso:
una folata, e i giorni di paziente crescita
svaniscono ingloriosi; perché a milioni
popoliamo questo campo oltre il quale,
dicono voci ombrose, ossessionanti,
potrebbero a galassie attendere
la stessa fine.
                         Giungono in un polverìo
resti impossibili da decifrare, muti
alle domande su cosa sia quell’altra vita
e questa nostra fine che non ha ragione:
abbiamo colpa d’esser nati in questo vento
e non conoscere altro che radice e terra,
nutrire desideri, provare un fremito
se l’acquazzone porta fresco e nutrimento?
Chiediamo una ragione a terra ed acqua,
il nostro mondo; ed esigiamo una risposta.

da Vedere al buio, puntoacapo, 2017


mercoledì 18 ottobre 2017

Francesco Dalessandro

CALVARIO

Il mio calvario stanotte è cominciato
all’una e due precise: aperti gli occhi
ho letto le cifre della sveglia. Poi nel buio
ho incontrato il tuo volto. La mia mente
era piena del tuo corpo abbandonato
ma che subito sfuggente mi lasciava
immobile e solo, inchiodato a una croce
con un cerchio alla testa, una corona
d’immagini spinose di amore e di morte.

Quando alle sette e mezzo stamattina
ho guardato in giardino, l’erba umida
brillava, un merlo femmina, le piume
lucide, eleganti le movenze, s’è posato
silenzioso e fissandomi ha raccolto
le ali. Eri tu? Eri tu in quella forma
nuova venuta a consolarmi da una notte
trascorsa a morire crocifisso perché la 
tua pietà m’accogliesse stretto in grembo?

(inedita)

lunedì 16 ottobre 2017

Juan Ruiz

LA MIA MANO 

La mia mano salì, mentre il tuo sguardo
ne seguiva il lento volo, fino
all’ombra dei capelli, al silenzio
delle labbra, poi discesa nell’ansia
del seno più lenta si aprì la strada
per golfi e pianure, per l’umida palude
dove scese in suo aiuto la lingua
e il desiderio si sciolse in affanno.
Fosti cieca e pronta, ti apristi
al morso e all’assalto, ti piegasti
all’oscuro riverbero del fuoco
nel tuo sangue, fosti ansimo e febbre.
Così t’abbandonasti, né pudore
né ricordo, all’intimo spasimo che
appaga e cancella, esiliandolo, il dolore.


(inedita)

venerdì 13 ottobre 2017

Carlo Alberto Parmeggiani

PSEUDO SIMONIDE

Bruna rondinella messaggera
pòsati sui fianchi della bella
che ancora mi fa torto e non mi cura
e mentre all’alba dolce si risveglia
induci i passeri cantori
a sciogliere il gelo dal suo cuore.



da Ventotto frammenti (di anonimi lirici greci), inediti

mercoledì 11 ottobre 2017

Corrado Govoni

FANATICO DI CARNI FEMMINILI

Fanatico di carni femminili
percorsi bramoso tutto il mondo
da Parigi a Palermo
da Budapest a Roma
per saziare la mia più disperata
voglia di possedere
donne donne.
Davanti a quante nude palpitanti
m’inginocchiai singhiozzando
d’amore, le conobbi
fino allo spasimo fino al dolore.
Ma di nessuna mi appagai.
In tutte, in fondo al caldo nido
di musco d’oro o tenebroso
trovai la delusione acciambellata
come una serpe pronta a mordere
col dente velenoso.


da Govonilampi, a cura di Pietro Cimatti, Edizioni della cometa, 1981


lunedì 9 ottobre 2017

Raffaela Fazio


(per Juliette)

Quando stai nel mondo
così larghe sono le maglie
che tutto ha un posto:
perfino il vento dentro uno zampillo
dentro il pianto
                        il riso
e in pieno giorno
un applauso di luna.

Da Per ogni cosa incompiuta (2008)



venerdì 6 ottobre 2017

Juan Ruiz

QUANTA STRADA 

Quanta strada per giungere a un bacio!
Che disperata solitudine
prima di baciare
il tuo ventre di pioggia!
Tepori di fine estate benedirono
l’unione dei nostri fianchi.
Non era notte né mattino,
ma un’ora di silenzio quando
alle piccole coppe dei seni
dissetai la lunga sete, ebbe fine
l’errante questua. Di fianchi
e braccia, d’inguine
e labbra, di fiato e di febbre,
di tormento saziato fu l’unione.

(inedita)


mercoledì 4 ottobre 2017

Kenneth Rexroth

SU UN RISGUARDO DELLE RIME DI GASPARA STAMPA

                          Comprate alla Libreria Serenissima
di Venezia il 14 giugno 1949

Mentre la luce del Canaletto
e Guardi diventa la luce di
Turner e sulle cupole della Salute
comincia a far sera, io bevo
cioccolata e Vecchia Romagna,
pregiato brandy, sulla terrazza
del Café International,
e leggo queste pagine di fuoco,
vertiginose. Anche per voi, Signora,
fu un tormento l’amore
e non finì bene, nonostante
il costo terribile. Avvolto
nei sussurri serali di questa
quieta città dove il rumore
più forte è un suono di passi
umani, siedo solo con la mia vita.
La notte scorsa ho preso
una gondola, fin oltre la Giudecca,
dritto nel chiar di luna.
Al mio rientro i monaci
di San Giorgio Maggiore
cantavano il mattutino.
Mi chiedo se sia possibile
essere più soli che a Venezia
in gondola sotto la luna
piena di giugno, con le due metà
del cuore come sola compagnia.

Traduzione di Francesco Dalessandro

da The complete poems of Kenneth Rexroth, Copper Canyon Press 2003

lunedì 2 ottobre 2017

IL MADRIGALE

10 - Torquato Tasso

*

Già non son io contento
lunge da voi, che sete il mio tormento,
in così dolce modo
m’arde il pensier; ma s’egli a voi mi giunge
io mi rimiro ed odo
allora più vicin che son più lunge,
ed amo ed ardo e godo
più del mio foco se maggior il sento.

*
Lunge da voi, ben mio,
non ho vita né core e non son io.
Non sono, oimè!, non sono
quel ch’altra volta fui, ma un’ombra mesta,
un lagrimevol suono,
una voce dolente; e ciò mi resta
solo per vostro dono:
ma resta il male onde morir desio.

*

Siepe, che gli orti vaghi
e me da me dividi,
sì bella rosa in te giammai non vidi
com’è la donna mia
bella, amorosa e pia;
e mentr’io stendo sovra te la mano
la mi stringe pian piano.

*

Tacciono i boschi e i fiumi,
e ’l mar senza onda giace,
ne le spelonche i venti han tregua e pace,
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna:
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose:
amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.


venerdì 29 settembre 2017

John Keats

ODE SULLA MALINCONIA


I
No, no, non scendere nel Lete e non torcere
le tenaci radici dell’aconito per spremerne
un venefico vino; non patire sulla fronte
pallida il bacio della belladonna, rosso
chicco di Proserpina; non fare un rosario
con le bacche del tasso, né la lugubre falena
o lo scarabeo siano la tua Psiche funerea,
né il gufo sodale dei tuoi misteri del dolore;
viene ombra su ombra con troppa sonnolenza
a sommergere la vigile angoscia dell’animo.

II
Ma quando dal cielo un senso di malinconia
cadrà all’improvviso come il pianto della nube
che ai fiori il capo reclino solleva e disseta
e avvolge il verde colle nel sudario d’aprile,
sazia il tuo dolore su una rosa mattutina,
o sull’arcobaleno che fa l’onda salmastra
sulla sabbia, o sui globi opulenti delle peonie;
o se ricca di collera si mostra la tua amata
la morbida mano catturane, lascia che deliri,
nutriti fino in fondo di quegli occhi senza pari.

III
Lei con la bellezza dimora, sì, con la bellezza
mortale e con la gioia che con la mano alle labbra
invia l’addio; vicino al piacere che dà pena
e veleno diventa nella bocca mentre l’ape
lo succhia; sì, nel tempio del piacere
è il supremo santuario della velata Malinconia
che soltanto distingue chi sul fine palato
con la lingua può spremere un acino di gioia;
l’anima così gusterà la tristezza del potere
che tra i suoi nubilosi trofei la lascia sospesa.

Traduzione di Francesco Dalessandro